Il permafrost e la revisione delle stime sul metano emesso

Si definisce come permafrost la condizione di congelamento del suolo per 2 anni di fila. La presenza di ghiaccio non è una condizione necessaria. Sotto il suolo congelato sono intrappolate quantità importanti di metano e CO2. Il suolo in questo caso funziona come un coperchio impermeabile. Il permafrost è un residuo dell’ultima glaciazione e interessa soprattutto le regioni polari.

Sui fondali marini è possibile trovare un situazione simile a quella del permafrost, soprattutto per via della pressione elevata. In questo caso i fanghi intrappolano il metano. Questo viene rilasciato nel caso in cui le temperature degli oceani cominciassero a salire.

In teoria l’acqua derivata dallo scioglimento dei ghiacci dovrebbe contribuire a raffreddare gli oceani. In realtà ne altera la salinità impattando in modo significativo sull’equilibrio delle correnti oceaniche profonde che hanno il ruolo di distribuire il calore sull’intera estensione del pianeta. Questo può portare a un eccessivo surriscaldamento delle acque in regioni circoscritte. Questo fenomeno può a sua volta innescare il rilascio di metano dai fondali creando un circolo vizioso.

Di recente uno studio della San Diego State University ipotizza che le stime per quel che riguarda le emissioni di metano e CO2 dovute allo scongelamento del suolo potrebbero essere sbagliate. Sono state infatti trascurate le emissioni nella stagione fredda. Il riscaldamento climatico alza le temperature soprattutto nella stazione fredda e il permafrost svolge sempre meno la funzione isolante nei confronti dei gas serra.

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